
Racconto dal libro di Renzo Allegri..
Il maestro Elia Stelluto, classe 1935, a San Giovanni Rotondo è un’istituzione. Tutti lo ammirano e lo rispettano per l’amicizia che aveva con Padre Pio. Non solo, ma Elia è ormai ritenuto universalmente «il fotografo di Padre Pio» perché ha cominciato a ritrarlo nel 1947. «Avevo 12 anni», mi ha raccontato. «Nessuno poteva fargli foto all’interno del convento. Tranne me. Il Padre non mi considerava infatti un fotografo ma un ragazzino, un “guaglione”, come diceva lui. Così avevo il permesso di entrare nel convento quando volevo e di ritrarlo nei suoi gesti quotidiani, anche quando era a letto ammalato».
Le persone che venivano a incontrare Padre Pio, gente semplice oppure importanti personalità, lo potevano vedere in sacrestia, qualche volta sulla veranda o nel giardino, raramente nella sua cella. Mentre il giovane Elia poteva entrare ovunque, andare nella stanza di Padre Pio quando voleva. E sempre con la macchina fotografica in mano. Tutte le immagini che circolano nel mondo e che ritraggono Padre Pio nel convento, le ha scattate lui. La sua storia è bellissima e incredibile.
«Padre Pio è stato come un papà per me. Da bambino gli servivo la messa, facevo dei lavoretti per lui. Gli davo del tu e ho continuato a farlo sempre, anche quando sono diventato adulto.
«Da ragazzino, svolgevo delle commissioni per la famiglia di un foto- grafo tedesco, Federico Abresch, che dopo essere stato convertito da Padre Pio si era stabilito a San Giovanni Ro- tondo. Frequentando la sua casa, mi appassionai di fotografia e dopo poco tempo riuscii a comprarmi una mode- sta macchina fotografica. La portavo con me al convento. Quando Padre Pio me la vide al collo mi disse: “Uagliò, chev’è chella macchina?”. Gli spiegai di cosa si trattava e gli scattai delle foto. Poi le mostrai ad Abresch e lui, entusiasta, mi incoraggiò a continuare. Erano immagini rare, che nessuno aveva mai visto. Dopo averle sviluppate, facevo sempre vedere le foto a Padre Pio, temendo che mi dicesse di buttarle via. Invece le guardava con- tento. A volte diceva: “Questa mi piace”. Oppure, ridendo: “Guarda come mi hai fatto brutto!”.
«Un giorno, Abresch mi chiese di fare una foto particolare per la quale mi avrebbe dato 5000 lire. Figuriamoci! Io allora guadagnavo 500 lire al mese! Era davvero una cifra coi fiocchi! Il Padre, durante la messa, si toglieva i mezzi guanti che coprivano le stimmate. Alla fine della celebrazione, quando dava la benedizione ai fedeli, era quindi possibile vedere la sua mano destra alzata, piena di sangue. Abresh mi chiese di fotografare il Padre proprio in quel momento, mentre dava la benedizione con la mano piagata.
«Padre Pio diceva messa alle 4 del mattino. La chiesa era in genere poco illuminata ma a quell’ora era quasi buia. Avevo per forza bisogno di un flash. Me ne procurai uno. A quel
tempo erano grossi e pesanti. Mi appo- stai in prima fila e, al momento giusto, scattai. La chiesa fu illuminata da un forte lampo. Padre Pio si spaventò e cominciò a gridare: “Chiamate i carabinieri! Arrestate quel pazzo!”. Volevo sprofondare. Tutta la gente mi guardava. Mi sentivo terribilmente in colpa perché avevo fatto arrabbiare il Padre. Lo raggiunsi poi nella sacrestia. Ero addolorato e gli chiesi scusa. “Ah, eri tu che volevi uccidermi”, mi disse sorridendo. Gli risposi che volevo solamente fargli una foto. Mi disse: “Fanne quante vuoi, ma senza quel mastrillo. Vedrai che verranno bene lo stesso”. Il mastrillo, in dialetto, era la trappola per i topi. Mi spiegò che con quella luce l’avevo quasi accecato e potevo fargli perdere l’equilibrio. Mi spa- ventai pensando che avrei potuto farlo cadere e così andai da Abresch e rinunciai alla paga.
«Il mattino dopo tornai alla messa. Scattai fotografie senza flash e quando le sviluppai rimasi senza parole. Erano perfette. Da quel momento fu sempre così. Potevo fotografare Padre Pio in qualsiasi condizione di luminosità, an- che in pieno controluce, ma le immagini venivano sempre nitide, a fuoco, incise alla perfezione. Il convento era poco illuminato, c’erano rare lampade e le finestre erano piccole, ma non ebbi mai alcun problema. Sembrava sempre che le foto fossero state fatte alla luce del sole.
«Alcune delle foto che ho scattato a Padre Pio sono “storiche”, uniche, importanti. Ad esempio, quella del maggio 1959, scattata mentre il Padre era a letto ammalato. Da un mese non scendeva in chiesa neppure a dire la messa e si vociferava che avesse un tumore ai polmoni e che dovesse morire. Un giorno entrai nella sua cella e lo trovai addormentato. Avevo come sempre la macchina fotografica e non resistetti al desiderio di usarla. Quell’immagine rimane un documento straordinario. Non solo perché si vede Padre Pio a letto, con un’espressione del viso sofferente, ma anche perché documenta la semplicità e la povertà della sua stanzetta. «Come ho detto, io potevo aggirarmi
nel convento a mio piacimento. Lo facevo quando ero bambino e continuai a farlo una volta diventato grande. Ma per Padre Pio rimanevo sempre un “guaglione”. Nel 1954 io e mia madre prendemmo la decisione di trasferirci in Argentina, a Rosario, per raggiungere papà e i miei fratelli che da tempo lavoravano laggiù. Andai a salutare Padre Pio. Ero addolorato all’idea di partire e anche il Padre era triste. Ma era anche contento che la famiglia si stesse per riunire. Quel giorno, mi feci accompagnare da un amico fotografo per avere una foto ricordo. Chiesi al Padre di posare accanto me. Eravamo nella sua cella e subito Padre Pio disse: “Non qui. Lo sai che non posso farmi fotografare qui nel convento. Andiamo fuori”. Mi misi a ridere: “Ma Padre”, dissi, “ti ho fatto centinaia di foto qui dentro in tutti questi anni!”. Lui rispose: “Ma tu sei ‘nu guaglione’. Men- tre quello è un fotografo vero”.
«Io però non volevo davvero partire. Lo dissi al Padre. Lui mi guardò. “Non preoccuparti. Ci vedremo presto!”, rispose.
«In Argentina però non facevo che pensare a lui. Una mattina, nel salire sul filobus, qualcuno mi diede una spinta. Caddi sull’asfalto e battei la testa. Mi spaventai molto e mentre ero a terra pensai: “Padre Pio, ho paura!”. Immediatamente sentii il suo profumo, quell’intenso profumo di rose e violette che sentivo da bambino in chiesa. Fu come essere preso in braccio. Mi sentii protetto. Mi alzai subito, non mi ero fatto niente.
«La nostalgia era però troppo forte. Resistetti un solo mese e poi espressi il desiderio di tornare al paese. I miei genitori pensarono che fossi diventato matto. Il viaggio costava troppo e poi cosa avrei fatto da solo? Impossibile. Ero minorenne e non potevo fare niente senza il consenso dei miei. Io però non demordevo. Un giorno andai addirittura al consolato italiano e inspiegabilmente, senza fare coda o anti- camera, riuscii a parlare con il console. Gli raccontai il mio desiderio. Mi chiese da dove venivo e gli risposi che venivo dalla provincia di Foggia. “La conosco bene”, disse il console. “Io vado spesso a San Giovanni Rotondo da Padre Pio”. “Proprio da lì, vengo!”, gridai. Diventammo amici. A casa, insistevo per partire e litigavo con i miei che non volevano darmi il permesso. Allora, il console li mandò a chiamare. “Ma voi sapete dove vuole andare vostro figlio?”, disse. “Va a stare vicino a Padre Pio! Ha questa immensa possibilità e non gliela volete dare!”. I miei rifletterono un attimo e poi firmarono il passaporto. I soldi per il viaggio me li mandò il fotografo Abresch e così, dopo sei mesi dalla mia partenza, tornai a San Giovanni e rimasi sempre accanto a Padre Pio. Lui aveva previsto tutto.
«Ma adesso voglio dirti come Padre Pio ha salvato mia sorella Maria. Era il 2009. A Maria venne diagnosticata la leucemia mieloide. I medici le avevano dato al massimo due mesi di vita. L’avevano subito sottoposta alla chemioterapia ma non aveva funzionato. Allora avevano fatto una seconda che- mio, anche questa inutile. Ero disperato: doveva assolutamente intervenire Padre Pio. Tutti i giorni andavo nella cripta del Santuario dove riposano le sue spoglie e gli parlavo con quella franchezza che avevo sempre avuto con lui quando era in vita. Lo ricattavo dicendo: “Se vuoi che io continui a parlare di te, a fare mostre fotografiche in giro per il mondo raccontando la tua vita, tu devi salvare Maria. Me la devi salvare!”.
«Portai in ospedale la teca con le reliquie che avevamo a casa, alcune pezzuole appartenute al Padre con le quali aveva tamponato il sangue delle stimmate. Lì, in terapia intensiva, allestimmo una specie di altarino accanto al letto di mia sorella in modo che potesse sempre vederle. Lei trascorreva il tempo con la corona del Rosario in mano e gli occhi fissi sulle reliquie. Mi diceva che sentiva dentro di sé una grande forza e un grande conforto. E allora decidemmo di tentare il tra- pianto del midollo.
«Sbrigammo tutte le pratiche e ci mettemmo in attesa di un donatore. In genere ci vuole tempo, anche anni. Ma questa volta dopo meno di un mese ecco che venne trovato un ragazzo in Germania il cui midollo era perfettamente compatibile con quello di mia sorella. I medici però ci misero in guardia sul fatto che non esisteva sicurezza. Il donatore era compatibile ma tante potevano essere le complica- zioni, dal rigetto alle infezioni dovute alle bassissime difese immunitarie. Infatti, dopo il trapianto, Maria aveva contratto un citomegalovirus e aveva dovuto restare ancora a lungo in ospedale. Però tutti noi avevamo una fede rocciosa, inossidabile. Ero certo che Padre Pio non avrebbe abbandonato mia sorella.
«Per quasi tre anni ha lottato ma alla fine è andato tutto bene. Ora è del tutto guarita. Sono convinto che Padre Pio sia intervenuto. Dopo qualche anno, parlando con i medici della guarigione di Maria, mi dissero: “Elia, tua sorella non aveva speranze. Se avessimo scommesso su di lei avremmo perso”. Ecco, di questo sono fatti i miracoli. A volte sono immediati ed eclatanti. A volte lenti e sofferti, costituiti da fede, preghiera e affidamento alla scienza. Perché spesso è lì, nell’intervento dei medici, che agisce la mano di Dio».
